07 dicembre 2007

Fuga dai fondi. Ma esplodono gli Etf

Fuga dai fondi. Ma esplodono gli Etf 06/12/2007
di Cristina Conti
Fonte: LaMiaFinanza.it

Anche in novembre, secondo i dati Assogestioni, i risparmiatori italiani hanno disinvestito 7,9 miliardi di euro dai prodotti tradizionali. Per quelli quotati in Borsa, invece, è boom. C’è un nesso fra i due dati?



Il rapporto mensile di Assogestioni (l'associazione delle società di gestione dei fondi) recita da mesi lo stesso copione: gli italiani abbandonano i fondi comuni di investimento. Un po’ alla volta, mese dopo mese, i riscatti superano le nuove sottoscrizioni, e il patrimonio gestito dalle Sgr inizia a ridursi in maniera preoccupante.

Le cause sono state ampiamente analizzate, anche su questo sito. E si comincia, finalmente, a pensare ai rimedi.

Ma c’è un dato con il quale vale la pena di confrontare la crisi dei fondi: la parallela esplosione degli Etf, i fondi indicizzati e quotati in Borsa. Il listino milanese ha superato ormai quota 200 prodotti. E siamo ormai alla seconda generazione di Etf che, pur non rinunciando alla gestione passiva (l’attività di gestione è limitata al replicare un indice, e risulta quindi assai meno costosa), si ancorano a indici più sofisticati, che puntano a selezionare non tanto le azioni più rappresentative di un mercato, e quindi le società più capitalizzate, quanto i titoli con maggiori potenzialità di crescita.

Gli scambi sono aumentati di pari passo: nel 2007 la media è di 5.400 contratti al giorno, e alla fine di ottobre il patrimonio in gestione degli Etf ha superato i 10.100 miliardi di euro.

Certo, le cifre sono ancora lontane da quelle dei fondi tradizionali. Ed è naturale che un’industria giovane abbia tassi di crescita più rapidi di una matura.

Ma i dati dimostrano anche che un prodotto innovativo ed efficiente trova uno spazio fra i risparmiatori e gli investitori. Anche se non è supportato da massicce campagne di pubblicità e tantomeno da reti di vendita dedicate.

04 dicembre 2007

L’Etf vola, l’Italia sta fuori (La Stampa.it)


di GLAUCO MAGGI

NEW YORK - In cinque anni, dal settembre 2002 quando furono quotati i primi esemplari indicizzati al Dj Stoxx 50 e al Dj Eurostoxx 50, ad oggi, il fenomeno degli Etf (Exchange Traded Funds, fondi a gestione passiva trattati come azioni in Borsa) è nella crescita esponenziale dei prodotti, del numero di scambi e del patrimonio. Un boom nella totale assenza di operatori italiani tra gli emittenti.

Quanti sono
Erano 8 nel 2002 e 201 a fine novembre 2007: erano 13 nel 2003, 20 nel 2004, 30 nel 2005, 87 nel 2006. Nel tempo, dai primi Etf «classici» europei, il sistema degli azionari si è allargato a tutte le altre categorie, al punto che oggi si contano 35 Etf in azioni di tutti i principali mercati sviluppati (da piazza Affari agli Usa, alla Gran Bretagna, alla Svizzera e alla Germania), 29 in azioni dei mercati emergenti (Cina, Giappone, India i più gettonati), 29 in azioni su indici settoriali, 13 in azioni raggruppate per stili di gestione (growth, value, small cap, mid cap e select dividend), 6 cosiddetti fondamentali, gli ultimi arrivati, 7 strutturati (con effetto leva o con altri derivati) e 10 altri vari, legati a commodities, ad azioni immobiliari, a società di private equity. Da un paio d’anni anche la famiglia degli obbligazionari ha preso però quota, salendo a 35, per lo più in titoli di stato in euro a reddito fisso su tutte le scadenze, ma con presenza di Etf monetari, o legati ai titoli indicizzati, ai corporate bond, e con qualche Etf in dollari.

I contratti
La media giornaliera è stata inferiore a 500 fino al 2003, per toccare i mille a fine 2004. A fine 2005 era tra i 2000 e i 2500, per balzare tra i 4000 e i 4500 nella primavera del 2006. Dopo una caduta sotto i 2000 nel settembre di un anno fa, nel semestre successivo c’è stata una impennata: 6500, forse 7000 a inizio di quest’anno, e con un successivo assestamento tra i 4000 e i 5000 contratti fino ad ottobre, quando è stato raggiunto il massimo storico di 8.247 scambi, una crescita del 182% sull’anno precedente. La media dell’anno in corso è di 5.392 contratti quotidiani.

Turnover
La media giornaliera di scambi in milioni di euro è ai suoi massimi nella prima metà di novembre 2007, con 172,6 milioni di euro. In ottobre è stata di 142,9 milioni, con un incremento del 98% sull'anno prima. Il volume degli scambi si era mantenuto sempre sotto i 100 milioni fino ad un anno fa, e fino a inizio del 2006 era stato sotto i 40.

Patrimonio
L’Aum (Asset under management), cioè i titoli dei portafogli degli Etf sono saliti dai 531 milioni di fine dicembre 2003 ai 10.107 milioni di fine ottobre 2007. Il progresso è stato costante: 1640 a fine 2004, 3982 a fine 2005, 7631 a fine 2006. Per categorie, il 40% è in Etf di azioni di Paesi sviluppati, il 25% in mercati emergenti, il 20% in bond.

Protagonisti
Gli Etf sono un affare straniero. Si può chiamarla occupazione dei concorrenti esteri o abdicazione delle banche italiane, ma la realtà è questa: gli emittenti sono solo Lyxor-Societe Generale (66 Etf), iShares-Barclays Global Investors (41), db-trackers-Deutsche Bank (41), EasyEtf -Axa/Bnp Paribas (7), Spdr e Beta- Credit Agricole (5), PowerShares-Invesco (3) e JPmorgan (1).

Le novità
La creatività dei promotori ha indotto la Borsa, dall’aprile scorso, a creare il mercato Etf Plus. Nel segmento a trovano posto gli azionari e obbligazionari (157 al 26 novembre), nel b gli strutturati (7), nel c gli Etc, o Exchange Traded in Commodities (37), la variante dedicata alle materie prime.

3/12/2007

24 ottobre 2007

Gli ETF "fondamentali"

Normalmente gli ETF azionari hanno una ripartizione delle azioni in portafoglio in base alla capitalizzazione di borsa delle società. Il 4 settembre sono invece sbarcati su Borsa Italiana nuovi fondi legati agli indici Ftse Rafi, in cui i titoli sono selezionati non in base alla semplice capitalizzazione di mercato, ma in base a quattro criteri fondamentali: book value, vendite, cash flow e dividendi. Il peso nell'indice di ciascuna società è determinato sulla base di un coefficiente che rappresenta questi quattro fattori, corretto per la capitalizzazione di Borsa. I mercati di riferimento di questi ETF è Europa, zona euro, Giappone e Stati uniti.
Si sostiene che i fondi che si basano sulla filosofia FTSE RAFI, a parità di altre condizioni, tenderebbero a sovrappesare, rispetto ai preesistenti etf value, i titoli che hanno evidenziato redditività elevate ma piuttosto costanti nel tempo: da questo punto di vista i nuovi prodotti potrebbero offrire migliori performance nel lungo periodo, mentre gli altri etf value sarebbero più adatti ad un approccio tattico, tipicamente utilizzato nelle fasi di debolezza del ciclo economico.
Analizzando però lo storico emerge che però i titoli con buoni fondamentali non sono neutrali agli storni dei mercati finanziari e non necessariamente sovraperfomano l'indice standard di mercato. Insomma, questi ETF possono trovare spazio nella diversificazione di un portafoglio, come al solito importante per ottenere un buon rendimento nelle varie situazioni di mercato.

31 agosto 2007

Servono fondi indicizzati: parola di Meir Statman

In questo articolo tratto dal Corriere si sostiene che occorre investire in strumenti indicizzati e trasparenti. E gli ETF rispondo perfettamente a questi requisiti. Il consiglio di Statman è anche quello di adottare una stategia "value" ovvero preferire titoli con bassi prezzi ma spesso con solidi rendimenti. E anche in questo caso esistono vari ETF che possono implementare questa strategia. Buona lettura.

Articolo tratto da Corriere Economia
http://www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=MAX15

Attenzione a investire nei titoli di moda e nei fondi comuni che pubblicizzano ottime performance a breve. È facile farsi attirare, per come è fatta la nostra psicologia da investitori, ma i risultati rischiano di essere terribili. A mettere in guardia è l'esperto di finanza comportamentale Meir Statman, che su questi temi ha recentemente parlato a un seminario organizzato a Milano da Assogestioni e Bsi Gamma Foundation. Tornato in America, Statman approfondisce con CorrierEconomia perché è importante capire le proprie emozioni e che influenza ha la cultura italiana sul mercato.
Che cosa l'ha colpita di più del dibattito in Italia sull'industria del risparmio gestito?
«Sono rimasto affascinato dalla popolarità dei prodotti finanziari strutturati e da come le società li disegnano per renderli attraenti ai risparmiatori. È difficile capire a quali bisogni rispondano. Inoltre ho notato che in Italia non esistono i fondi comuni indicizzati, ed è un peccato perché soddisfano la vera esigenza di minimizzare i costi per gli investitori e garantire un rendimento in linea con il mercato. Se il problema sono le banche, che controllano la distribuzione dei fondi, non vedo perché non possa emergere un imprenditore che proponga questa innovazione».
Che consigli psicologico-finanziari può dare a un risparmiatore per capire se il suo "consulente", bancario o promotore, fa davvero i suoi interessi?
«Prima di entrare nella psicologia, è importante conoscere i fatti. La domanda più importante da fare al proprio consulente è: "Come sei pagato?". Dalla società di gestione o dal distributore? In percentuale sul venduto o sul portafoglio? È importante per capire che incentivo il consulente ha per spingere un prodotto. Negli Usa ci si sta muovendo verso un sistema dove i consulenti ricevono una commissione annua sul portafoglio dei clienti, e quindi hanno meno pressioni per farli saltare di fondo in fondo. L'ideale per un risparmiatore è trovare un consulente che lo guidi verso il benessere finanziario come un padre, un amico o UN dottore e che lo aiuti a controllare le emozioni dannose».
Chiamale se vuoi emozioni
Può citare alcune delle emozioni che entrano in gioco nella scelta di un investimento?
«La prima è legata alla disponibilità di certi fatti: è una scorciatoia mentale che ci fa giudicare la probabilità di un evento in base a eventi simili che ci ricordiamo sono successi in passato. Per esempio, se guardiamo sul giornale le facce felici di chi ha vinto alla lotteria, siamo portati a credere che la percentuale di vincitori sia superiore a quella reale, perché i giornali non pubblicano le facce dei tanti che hanno giocato, ma non vinto. Lo stesso succede con i fondi comuni: le società di gestione pubblicizzano le performance dei fondi migliori e, se giudichiamo solo da quello, crediamo che sia facile trovare il fondo vincente».
Un'altra trappola psicologica?
«L'affetto per le cose belle, seducenti. Quando dobbiamo comprare una nuova automobile, siamo attratti dai modelli esteriormente più affascinanti. Anche se poi scopriamo che l'auto che ci piace consuma troppa benzina, le restiamo affezionati. Così siamo attirati dai fondi che vantano ottime performance anche se solo recenti, o ci piacciono gli hedge fund perché sono di moda e averli ci fa sentire bene, come possedere una Lamborghini. Magari sappiamo in teoria che un rendimento superiore implica un rischio più alto, ma ci convinciamo che possiamo avere entrambi, performance superiori con un rischio inferiore».
Quali particolarità crede abbia la psicologia del risparmiatore italiano?
«Ho appena concluso uno studio che confronta l'atteggiamento fra professionisti e studenti di diversi Paesi verso un caso di insider trading: un avvocato che origlia un affare e sfrutta illegalmente l'informazione per speculare in Borsa. In Usa e in Olanda la grande maggioranza crede che l'avvocato si sia comportato molto scorrettamente; in India invece pensano che è giusto usare quello che sai, anche se è contro la legge. Gli italiani sono vicini agli Usa e all'Olanda in termini di reddito, ma rispetto al senso di correttezza reagiscono come gli indiani».
Che cosa ne deduce?
«Cerco di legare questa risposta alla cultura locale. Credo sia importante il fatto che gli italiani hanno molta fiducia nella famiglia e poca fuori dalla cerchia ristretta dei parenti. Questo si traduce, in campo finanziario, nella scarsa inclinazione a investire in azioni per paura di essere truffati: si è sempre all'erta, perché ci si aspetta che gli altri cerchino di avvantaggiarsi ai tuoi danni. Se compri le azioni di un'azienda, temi che il suo manager si compri una Lamborghini con i tuoi soldi».
Che cosa c'è di diverso negli Usa?
«C'è una cultura della fiducia e della correttezza. Ti comporti diversamente se sai che c'è una polizia efficiente che cerca di prevenire le truffe e che, se ti coglie a truffare, ti manda in galera, e se in più sai che la società, il tuo vicino ti casa, considerano ingiusto e vergognoso truffare. Io mi sono trasferito negli Usa oltre 30 anni fa da Israele, dove il clima era un po’ come in Italia, e ho sentito un grande sollievo, un senso di relax. Un piccolo esempio: se qui negli Usa compri un vestito e poi scopri che non ti va bene, lo restituisci e i commessi lo riprendono con un sorriso; impensabile nel mio Paese, dove avrebbero pensato subito che truffavi. Lo stesso atteggiamento si riproduce in campo finanziario. Intendiamoci, gli americani non sono perfetti, tutt'altro. Per esempio anche negli Usa la gente evade le tasse, ma non se ne vanta. Nei Paesi dove invece evadere le tasse è considerato segno di intelligenza, è più difficile fare business».
L’esempio di Buffett
Tornando al rapporto psicologia-investimenti, lei ha lanciato una teoria comportamentale dei prezzi finanziari. Che cosa significa?
«Per ogni bene, una parte del prezzo è determinata dall'immagine di prestigio, dall'affetto che il pubblico gli attribuisce. Una Lamborghini costa di più del semplice valore delle sue componenti e delle sue prestazioni effettive, perché quando scendi da quell'auto ti piace sentirti ammirare dai passanti. Così le azioni "growth", che promettono una forte crescita dei profitti, sono più eccitanti: se compri i titoli Google, ti senti bene, giovane, nel posto giusto dove succedono le cose interessanti, e quindi sei disposto a pagare un premio. Invece le società di cui i giornali parlano poco o che sono in un business noioso, di solito hanno quotazioni più convenienti e, alla fine, possono offrire rendimenti più solidi».
Quindi anche la teoria «psicologica» dei prezzi avalla lo stile d'investimento «value» alla Warren Buffett?
«Sì, rafforza le sue teorie e mette in guardia rispetto a investire nei titoli di moda. Basti pensare che nel marzo 2000 la classifica Fortune delle aziende americane più ammirate aveva al primo posto Enron, il colosso dell'energia finito un anno dopo in una delle bancarotte più disastrose per gli investitori.

27-agosto-2007
Corriere Economia



18 luglio 2007

DB x-trackers: nuovo etf strutturato "ribassista"

Deutsche Bank sbarca sul mercato italiano di ETF e propone il primo ETF strutturato "short" che replica l'indice "Dow Jones EURO STOXX 50 SHORT" offrendo un rendimento inverso alla performance giornaliera dell' indice Dow Jones EURO STOXX 50 TR.

Un indice viene definito "short" quando replica esattamente la performance di un tradizionale indice azionario ma in maniera inversa: questo significa che un decremento dell'indice di riferimento genera un incremento di pari valore dell'indice short e viceversa.

In sostanza con questo ETF è possibile prendere posizione sul mercato scommettendo sul ribasso del mercato di riferimento, che per l'indice in questione è rappresentato dai 50 titoli più importanti della zona euro, escludendo quindi i titoli britannici e svizzeri: a fronte di un ribasso del mercato del 5%, il fondo registrerà un apprezzamento del 5%, e viceversa. Chiaramente questo tipo di ETF bene si presta per operazioni di costruzione di portafogli complessi e diversificati più di quanto non farebbe come unico investimento.

15 maggio 2007

Lyxor: nuovi ETF obbligazionari

Lyxor amplia la sua offerta di ETF proponendo due nuovi ETF obbligazionari consentendo al risparmiatore di investire sui titoli di debito degli stati dell'area euro con livelli di duration ulteriormente segmentati: "Lyxor ETF Euromts 5-7y" e "Lyxor ETF Euromts 7-10y".

Il costo annuale, come al solito basso, è dello 0,165%.

I nuovi ETF si affiancano agli obbligazionari Lyxor già esistenti che investono su scadenze 1-3 anni, 3-5 anni, 10-15 anni, quelli legati all'inflazione e quelli globali (1-30 anni).

Sono presenti anche i seguenti ETF obbligazionari in euro:

EasyETF iBoxx® Liquid Sovereigns Extra Short
EasyETF iBoxx® Liquid Sovereigns Global
EasyETF iBoxx® Liquid Sovereigns Long

Ishares Government Bond 1-3
Ishares Euro Government Bond 15-30
Ishares Euro Government Bond 3-5
Ishares Euro Government Bond 7-10
Ishares Euro Inflation Linked Bond

10 maggio 2007

Ulteriore novità: il primo ETF strutturato: Lyxor ETF DJ Euro Stoxx 50 BuyWrite

Fino ad oggi i cloni erano degli strumenti semplici collegati ad un indice di riferimento o su una materia prima. Dal 7 maggio verrà invece quotato il primo ETF "strutturato" targato Lyxor, il Lyxor ETF DJ Euro Stoxx 50 BuyWrite che ha l'obiettivo di replicare l'indice di strategia Dow Jones Euro Stoxx 50 BuyWrite. La strategia prevede di avere una posizione lunga sull'indice DJ Euro Stoxx 50 e una posizione “corta” su un’opzione "call out of the money" del 5% sullo stesso indice che viene rinnovata (“roll over”) mensilmente. In sostanza questa strategia consente di generare un rendimento più elevato rispetto all'Euro Stoxx 50 nelle fasi di stabilità o di leggero ribasso, ma inferiore in caso di forti rialzi. Non rappresenta comunque un investimento che protegge da forti ribassi di borsa.

25 aprile 2007

Strategie di asset allocation con gli etf

Un interessantissimo articolo tratto dal sito Fineco.it.

Gli etf possono essere considerati come degli strumenti di investimento“democratici”, in quanto permettono a chiunque, a prescindere dalle proprie conoscenze e disponibilità finanziarie, di attuare strategie anche complesse che fino a poco tempo fa erano riservate a pochi. Questo avvantaggia in modo significativo gli investitori privati che hanno la possibilità di avere un portafoglio ben diversificato semplicemente negoziando pochi etf, se opportunamente selezionati.
Ma bisogna considerare anche l’altro lato della medaglia. Dato che operare con gli etf è da un punto di vista puramente operativo sostanzialmente simile all’investimento nelle azioni, si potrebbe arrivare a “confondere” il ruolo dei fondi passivi all’interno del proprio portafoglio. Da un lato si potrebbe attribuire ad un etf sul mercato europeo lo stesso peso dato singola azione o dall’altro si potrebbe avere un portafoglio in cui l’esposizione verso un paese emergente è prossima a quella verso le società dei paesi avanzati. L’ampia proliferazione di fondi indice se da un lato ha allargato le potenzialità di investimento, dall’altro ha richiesto un maggiore impegno nello scelta, che provoca un accrescimento dei costi informativi (non tanto in termini monetari, quanto in termini di costo opportunità del tempo speso per mantenersi aggiornati e confrontare le diverse alternative).
Per arginare in parte questi problemi si può fare ricorso ad una strategia definita core-satellite. La rappresentazione in chiave spaziale è alquanto suggestiva: si immagini il portafoglio come se fosse costituito da un pianeta, la componente di rilevanza maggiore definita “core”, attorno al quale gravitano uno o più corpi minori, i satelliti. La componente core, in cui viene allocata la maggior parte del capitale investibile, è dedicata alla replica di un determinato benchmark, che per l’investitore della zona euro potrebbe essere rappresentato da un indice europeo; la scelta di questa componente dovrebbe mirare a limitare il turnover degli investimenti (che, aumentando i costi di transazione, riducono la performance totale) ed i costi informativi. La scelta della componente core è molto rilevante sia perché con il suo elevato peso condiziona molto il risultato totale del portafoglio, sia perché presuppone un orientamento al lungo periodo.
Diverso invece il ruolo dei satelliti, che invece rappresentano la componente attiva del portafoglio, su cui l’investitore effettua delle specifiche “scommesse” di orizzonte temporale anche limitato e su cui è rivolto il massimo sforzo informativo. I satelliti dovrebbero presentare una correlazione molto bassa con la componente principale, al fine di massimizzare i benefici di diversificazione.
Da un punto di vista finanziario si dice che la componente core determina il beta del portafoglio, ossia il rischio di mercato, mentre i satelliti determinano l’alfa, ossia la sovra o sotto performance rispetto all’indice core che è interamente legata alle capacità dell’investitore di valutare e selezionare i titoli o indici con un profilo rendimento/rischio più promettente.
Questa strategia permette quindi di “fare economia” sui costi informativi e di ottenere una maggiore diversificazione e trasparenza.
Operativamente la strategia core-satellite può essere realizzata in ottica statica o in ottica dinamica. Secondo la prima il peso del core rispetto ai satelliti è costante nel tempo, mentre nella seconda i “rapporti di forza” tra le due componenti possono variare in funzione delle proprie aspettative.
Se la prima modalità potrebbe consentire un risparmio in termini di costi di transazione, la seconda potrebbe generare extraprofitti tali da più che compensare l’aggravio di costi. Inoltre l’adozione dell’approccio dinamico meglio si adatta al processo di accumulazione del risparmio, che prevede che ogni persona accresca nel tempo le proprie risorse e che quindi debba decidere nel corso del tempo se investire mantenendo inalterati i pesi dei satelliti rispetto al core o se variarli.
Facciamo un esempio concreto.
Il grafico qui sotto rappresenta una strategia di investimento che punta per il 60% sul MSCI Europe Small Cap e per il 40% sul DJ Stoxx 50 avente inizio nel febbraio del 1999. La linea blu indica la strategia statica, ossia quella in cui l’esposizione rispetto ai due indici rimane costante, rispetto alla dinamica, linea rosa, in cui il peso di un indice aumenta in funzione della performance relativa di un indice rispetto all’altro: il peso dell’indice che ha offerto una performance migliore viene aumentato dello 0,05% nel mese successivo e così per tutti i mesi fino a gennaio 2007.
Grafico1: Confronto tra strategia Core-Satellite statica e dinamica su MSCI Europe Small Cap e DJ Stoxx 50.
Al fine di limitare i rischi valutari e l’operatività sulla componente core si dovrebbe scegliere di dedicare la parte più significativa del portafoglio ad un indice europeo, come il MSCI Europe TRN-DB (XMEU.MI), che rispetto agli altri etf legati al MSCI Europe prevede il reinvestimento delle cedole. I satelliti invece potrebbero essere rappresentati dagli indici americani o giapponesi, ed eventualmente da indici dei paesi emergenti. I satelliti però dovrebbero essere scelti valutando sia il profilo di rischio/rendimento, sia i costi informativi necessari: se è relativamente facile avere informazioni circa una singola società quotata in Italia, questo può non essere vero per listini o società estere, specie dei paesi emergenti (in particolare questi titoli, in quanto valutati con logica growth, non solo sono esposti al rischio reddituale, ma anche sono molto condizionati da fattori politici nazionali ed internazionali e dalle manovre monetarie attuate spesso dalle banche centrali per porre un freno alla corsa inflativa).

21 marzo 2007

Borsa Italiana: nascono gli ETC, i cloni sulle materie prime

A partire dal 20 aprile saranno negoziati in Borsa Italiana i primi 32 ETC, gli strumenti finanziari che replicano l’andamento di singole materie prime o di indici di materie prime. I nuovi strumenti saranno quotati sul nuovo mercato chiamato ETFplus che dal 2 aprile 2007 costituisce il mercato interamente dedicato alla negoziazione in tempo reale di ETF, ETF strutturati ed ETC.

Ma cosa sono gli ETC e cosa differiscono dagli ETF? Gli ETC sono titoli senza scadenza emessi da una società veicolo a fronte dell'investimento diretto dell'emittente o nelle materie prime o in contratti derivati sulle materie prime. Il prezzo degli ETC è quindi legato direttamente o indirettamente all'andamento del sottostante, esattamente come il prezzo degli ETF è legato al valore dell’indice a cui fanno riferimento.

Quindi mentre il sottostante degli ETF sono azioni quotate, gli ETC hanno come base materie prime.

Alcune materie prime: oro, il petrolio, il gas o zucchero.

Superati i 100 ETF su Borsa Italiana

Con ulteriori 11 ETF targati iShares in negoziazione dal 20 marzo diventano 108 gli ETF quotati sul mercato di Borsa Italiana. I primi ETF sono stati quotati nel settembre 2002 e i contratti sono passati da 1,5 miliardi di euro del 2003 a 17,4 miliardi di euro del 2006. Borsa Italiana riporta che quasi il 60% dei contratti scambiati ha un controvalore inferiore ai 5.000 euro, indicando inequivocamente che gli ETF sono molto utilizzati dai piccoli risparmiatori che vedono in questo strumento trasparenza e semplicità, oltre che bassi costi. Il recente ingresso di Deutsche Bank porta a sei gli emittenti di ETF in Borsa Italiana. Gli altri sono AXA/BNP, Barclays, Crédit Agricole, Nasdaq plc e Société Générale.

06 marzo 2007

Portafoglio ETF "Yale": un bilancio

Ad un anno dal suo lancio e con l'orso che impazza nelle borse pubblichiamo l'aggiornamento del portafoglio Yale composto da soli ETF "italiani". Rispetto a qualche giorno fa, 13 febbraio 2007, il portafoglio ha subito una perdita del 5%, inferiore comunque alla correzione intrapresa dai mercati azionari in questi ultimi giorni.
Purtroppo però il sito italiano di Yahoo! Finanza restituisce ormai da giorni risultati degli ETF aggiornati al 27 febbraio. Siamo però riusciti ad avere il nostro portafoglio ETF aggiornato accedendo alla versione americana del sito stesso. Questo dunque il portafoglio ETF "Yale".


28 febbraio 2007

Giornata drammatica per le borse e per le banche

Oggi sono tutti davanti al pc cercando di capire dove va il mercato, cosa vendere ed eventualmente cosa comprare. Chi come me non ha piattaforme professionali riscontra notevoli problema anche al solo accedere al portafoglio.






Neanche accedere alla pagine degli ETF funziona...



27 febbraio 2007

Che batosta

Che batosta! In una giornata le borse europee hanno perso quasi quanto erano riusciti a guadagnare in due mesi. Le vendite si sono abbattuti su tutti i titoli e quindi gli ETF, che replicano esattamente l'andamento dei mercati, hanno subito un tracollo esattamente in linea coi mercati. Uno dei pregi degli ETF, come sappiamo, a volte diventa un difetto.
Rimane al solito da dimostrare quanti degli operatori di mercato oggi siano riusciti effettivamente a non avere un -3% sui loro portafogli.

Domani, sperando che gli aggiornamenti di Yahoo! Finanza riprendano, verrà ripubblicato l'"ETF Yale Portfolio" virtuale aperto ormai quasi un anno fa.

19 febbraio 2007

Nuovi ETF su SPMIB

Deutsche Bank quota i primi ETF in Borsa Italiana, tra cui il secondo fondo-clone che si basa sul S&P/MIB. Gli altri ETF si basano sui seguenti indici: SMI, DJ Euro Stoxx50, MSCI USA TRN, MSCI Japan TRN, MSCI Europe TRN e MSCI World TRN. I nuovi ETF hanno un costo commissionale dello 0,30% escluso lo DJ Euro Stoxx50 che costa lo 0,15%.

13 febbraio 2007

Portafoglio "Yale" in ETF

Mesi fa lessi un interessante intervista a David Swensen, responsabile degli investimenti Yale University che gestisce con assoluto profitto e con la invidiabile media del +16% all'anno per 20 anni ininterrotti. Decisi di crearmi un portafoglio virtuale accogliendo i suoi suggerimenti che possono essere così riassunti:

  1. evitare i fondi comuni di investimento, ricchi di conflitti di interesse
  2. usare solo ETF o fondi indicizzati
  3. stare alla larga anche da Hedge Fund, ripieni di costi
Consiglia anche un portafoglio buono per tutte le stagioni così composto:

  1. 25-30% in azioni del proprio paese
  2. 25-30% in azioni di borse estere evolute
  3. 5-10% sui paesi emergenti
  4. 5-10% in titoli di stato di alta qualità e a reddito fisso
  5. 5-10% in titoli di stato indicizzati all'inflazione
  6. 10-20% in veicoli immobiliari quali i Reit's americani
Con un portafoglio così composto il fondo di Yale ha sempre ottenuto performance positive, anche nel 2001 (+9,2%) e nel 2002 (+0,7%).

Questo il portafoglio virtuale di 10.000 investito a Marzo 2006 (poco prima del crollo di maggio).



Non siamo ancora arrivati al giro di boa di un anno e l'etf segna +15% circa.

Un interessante articolo su altri "lazy portfolio" lo trovate qui.

12 febbraio 2007

Fondo Marco Polo: parla ancora in lire!

Il fondo pensione Marco Polo nella sua pagina di spiegazione su cos'è e come funziona fa degli esempi sul risparmio fiscale... usando ancora le lire! Incredibile!!


Aggiornamento: la pagina è stata finalmente aggiornata.

TFR, che fare (2) ?

Oggi il profsteblog parla di orde di bancari e assicuratori che cercando di convincere i dipendenti a passare ai fondi pensione. Beh, qui c'è già uno sbaglio di fondo, perché bancari e assicuratori spingono in prima istanza per i PIP, dove di polli però ce ne sono già tanti. Al limite spingono verso i fondi pensione aperti, giacché quelli chiusi sono Scriveamo gestiti dai sindacati. Beh, come tutti i prodotti questi FPA possono essere buoni o scadenti. Ma ciò di cui si parla soprattutto sono i fondo pensione chiusi o negoziali, che hanno costi bassi (<0,4% la media) e investimento tipicamente prudenti.

Profste scrive che solo i dipendenti di aziende con oltre i 50 dipendenti dovranno fare la scelta, ma in realtà non è così perché tutti dovranno decidere. L'unica differenza è che le aziende con più di 50 dipendenti dovranno "girare" il TFR all'inps, che avrà l'onere di gestirlo. Ma modalità di uso rimangono le stesse.

Si parla che il TFR ha un rendimento garantito pari all'inflazione come grande vantaggio. Ma come grandissimo vantaggio dell'usare un fondo pensione negoziale (chiuso cioè di categoria) è che il datore di lavoro dovrà versare non solo il TFR ma anche una quota pari a quella che versa volontariamente il dipendente, fino ad un massimo del 1,5% del reddito lordo. Ciò si traduce, come calcola l'aduc, in un rendimento annuale del 10% confrontato con il TFR lasciato in azienda. Non mi pare poco. ("ll contributo del datore di lavoro rappresenta mediamente il 10-15% del TFR. Si tratta di un importo cosi' significativo che qualunque disquisizione sull'ipotetico rendimento del TFR mantenuto in azienda e quello dei fondi pensione perde di significato"). E, altro grande vantaggio, sta nella tassazione, aspetto comunque rilevante. Il TFR è tassato come IRPEF, quindi potenzialmente anche al 43%, mentre il fondo pensione è tassato al massimo al 15% per scendere con gli anni al 9%.

Certo, nel fondo del post è scritto che ognuno si dovrebbe ben documentare. Ma molti lettori dando credito al post, ed essendo il blog profste un serio blog di finanza, potrebbero essere indotti a non informarsi adeguatamente perdendo magari una discreta opportunità per la gestione del loro futuro.

06 febbraio 2007

Quanto durerà il rialzo?

Bellissimo post del profsteblog su quanto durerà il rialzo in corso e sulle differenze tra oggi e il 2001.

02 febbraio 2007

Vinci 25 Euro di musica su iTunes aprendo un conto Fineco


Aprite un conto Fineco con il codice M2856552 e voi vincerete 25 euro da spendere sul portale di iTunes (e io un iPod Shuffle). Fino al 10 Febbraio. Se lo fate... fate un fischio.

Il fondo pensione perde ma io guadagno: magia?

Il titolo è un po' forzoso ma rende l'idea. Se il mio fondo pensione perde, quindi il valore della quota decrementa, come è possibile che io ci guadagni comunque? La risposta, e la domanda, sempre sul sito dell'ADUC.

TFR che fare?

Se qualcuno volesse avere le idee più chiare sul TFR, ma non si accontenta di quei pochi grafici che forniscono i siti tradizionali consiglio vivamente l'articolo dell'ADUC "Giu' le mani dal TFR": strumentalizzazione politica o argomentazioni tecniche?"