31 agosto 2007

Servono fondi indicizzati: parola di Meir Statman

In questo articolo tratto dal Corriere si sostiene che occorre investire in strumenti indicizzati e trasparenti. E gli ETF rispondo perfettamente a questi requisiti. Il consiglio di Statman è anche quello di adottare una stategia "value" ovvero preferire titoli con bassi prezzi ma spesso con solidi rendimenti. E anche in questo caso esistono vari ETF che possono implementare questa strategia. Buona lettura.

Articolo tratto da Corriere Economia
http://www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=MAX15

Attenzione a investire nei titoli di moda e nei fondi comuni che pubblicizzano ottime performance a breve. È facile farsi attirare, per come è fatta la nostra psicologia da investitori, ma i risultati rischiano di essere terribili. A mettere in guardia è l'esperto di finanza comportamentale Meir Statman, che su questi temi ha recentemente parlato a un seminario organizzato a Milano da Assogestioni e Bsi Gamma Foundation. Tornato in America, Statman approfondisce con CorrierEconomia perché è importante capire le proprie emozioni e che influenza ha la cultura italiana sul mercato.
Che cosa l'ha colpita di più del dibattito in Italia sull'industria del risparmio gestito?
«Sono rimasto affascinato dalla popolarità dei prodotti finanziari strutturati e da come le società li disegnano per renderli attraenti ai risparmiatori. È difficile capire a quali bisogni rispondano. Inoltre ho notato che in Italia non esistono i fondi comuni indicizzati, ed è un peccato perché soddisfano la vera esigenza di minimizzare i costi per gli investitori e garantire un rendimento in linea con il mercato. Se il problema sono le banche, che controllano la distribuzione dei fondi, non vedo perché non possa emergere un imprenditore che proponga questa innovazione».
Che consigli psicologico-finanziari può dare a un risparmiatore per capire se il suo "consulente", bancario o promotore, fa davvero i suoi interessi?
«Prima di entrare nella psicologia, è importante conoscere i fatti. La domanda più importante da fare al proprio consulente è: "Come sei pagato?". Dalla società di gestione o dal distributore? In percentuale sul venduto o sul portafoglio? È importante per capire che incentivo il consulente ha per spingere un prodotto. Negli Usa ci si sta muovendo verso un sistema dove i consulenti ricevono una commissione annua sul portafoglio dei clienti, e quindi hanno meno pressioni per farli saltare di fondo in fondo. L'ideale per un risparmiatore è trovare un consulente che lo guidi verso il benessere finanziario come un padre, un amico o UN dottore e che lo aiuti a controllare le emozioni dannose».
Chiamale se vuoi emozioni
Può citare alcune delle emozioni che entrano in gioco nella scelta di un investimento?
«La prima è legata alla disponibilità di certi fatti: è una scorciatoia mentale che ci fa giudicare la probabilità di un evento in base a eventi simili che ci ricordiamo sono successi in passato. Per esempio, se guardiamo sul giornale le facce felici di chi ha vinto alla lotteria, siamo portati a credere che la percentuale di vincitori sia superiore a quella reale, perché i giornali non pubblicano le facce dei tanti che hanno giocato, ma non vinto. Lo stesso succede con i fondi comuni: le società di gestione pubblicizzano le performance dei fondi migliori e, se giudichiamo solo da quello, crediamo che sia facile trovare il fondo vincente».
Un'altra trappola psicologica?
«L'affetto per le cose belle, seducenti. Quando dobbiamo comprare una nuova automobile, siamo attratti dai modelli esteriormente più affascinanti. Anche se poi scopriamo che l'auto che ci piace consuma troppa benzina, le restiamo affezionati. Così siamo attirati dai fondi che vantano ottime performance anche se solo recenti, o ci piacciono gli hedge fund perché sono di moda e averli ci fa sentire bene, come possedere una Lamborghini. Magari sappiamo in teoria che un rendimento superiore implica un rischio più alto, ma ci convinciamo che possiamo avere entrambi, performance superiori con un rischio inferiore».
Quali particolarità crede abbia la psicologia del risparmiatore italiano?
«Ho appena concluso uno studio che confronta l'atteggiamento fra professionisti e studenti di diversi Paesi verso un caso di insider trading: un avvocato che origlia un affare e sfrutta illegalmente l'informazione per speculare in Borsa. In Usa e in Olanda la grande maggioranza crede che l'avvocato si sia comportato molto scorrettamente; in India invece pensano che è giusto usare quello che sai, anche se è contro la legge. Gli italiani sono vicini agli Usa e all'Olanda in termini di reddito, ma rispetto al senso di correttezza reagiscono come gli indiani».
Che cosa ne deduce?
«Cerco di legare questa risposta alla cultura locale. Credo sia importante il fatto che gli italiani hanno molta fiducia nella famiglia e poca fuori dalla cerchia ristretta dei parenti. Questo si traduce, in campo finanziario, nella scarsa inclinazione a investire in azioni per paura di essere truffati: si è sempre all'erta, perché ci si aspetta che gli altri cerchino di avvantaggiarsi ai tuoi danni. Se compri le azioni di un'azienda, temi che il suo manager si compri una Lamborghini con i tuoi soldi».
Che cosa c'è di diverso negli Usa?
«C'è una cultura della fiducia e della correttezza. Ti comporti diversamente se sai che c'è una polizia efficiente che cerca di prevenire le truffe e che, se ti coglie a truffare, ti manda in galera, e se in più sai che la società, il tuo vicino ti casa, considerano ingiusto e vergognoso truffare. Io mi sono trasferito negli Usa oltre 30 anni fa da Israele, dove il clima era un po’ come in Italia, e ho sentito un grande sollievo, un senso di relax. Un piccolo esempio: se qui negli Usa compri un vestito e poi scopri che non ti va bene, lo restituisci e i commessi lo riprendono con un sorriso; impensabile nel mio Paese, dove avrebbero pensato subito che truffavi. Lo stesso atteggiamento si riproduce in campo finanziario. Intendiamoci, gli americani non sono perfetti, tutt'altro. Per esempio anche negli Usa la gente evade le tasse, ma non se ne vanta. Nei Paesi dove invece evadere le tasse è considerato segno di intelligenza, è più difficile fare business».
L’esempio di Buffett
Tornando al rapporto psicologia-investimenti, lei ha lanciato una teoria comportamentale dei prezzi finanziari. Che cosa significa?
«Per ogni bene, una parte del prezzo è determinata dall'immagine di prestigio, dall'affetto che il pubblico gli attribuisce. Una Lamborghini costa di più del semplice valore delle sue componenti e delle sue prestazioni effettive, perché quando scendi da quell'auto ti piace sentirti ammirare dai passanti. Così le azioni "growth", che promettono una forte crescita dei profitti, sono più eccitanti: se compri i titoli Google, ti senti bene, giovane, nel posto giusto dove succedono le cose interessanti, e quindi sei disposto a pagare un premio. Invece le società di cui i giornali parlano poco o che sono in un business noioso, di solito hanno quotazioni più convenienti e, alla fine, possono offrire rendimenti più solidi».
Quindi anche la teoria «psicologica» dei prezzi avalla lo stile d'investimento «value» alla Warren Buffett?
«Sì, rafforza le sue teorie e mette in guardia rispetto a investire nei titoli di moda. Basti pensare che nel marzo 2000 la classifica Fortune delle aziende americane più ammirate aveva al primo posto Enron, il colosso dell'energia finito un anno dopo in una delle bancarotte più disastrose per gli investitori.

27-agosto-2007
Corriere Economia



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